I marchi dispregiativi - Un caso negli Stati Uniti

La Corte Suprema statunitense ha recentemente deciso che l'Ufficio Marchi non può rifiutare la registrazione federale a un marchio solo perché questo è "dispregiativo".

La decisione ha attirato molta attenzione sui media e ha sollevato alcune domande.

Il caso ha coinvolto un gruppo musicale chiamato "The Slants", che ha depositato per questo nome una domanda di marchio presso l'Ufficio Statunitense Brevetti e Marchi (USPTO, https://www.uspto.gov/).

"Slants" è un termine dispregiativo con il quale nello slang americano vengono definiti gli asiatici americani.

La domanda di marchio è stata rifiutata dall'USPTO ai sensi della Sezione 2 (a) della legge federale sui marchi che prevede che la registrazione possa essere negata a un marchio che: "consiste o comprende argomenti immorali, ingannevoli o scandalosi o argomenti dispregiativi di persone, vive o morte, istituzioni, credenze o simboli nazionali (disparagement)".

Gli Slants hanno fatto appello e nel 2015 la Corte d'Appello degli Stati Uniti ha dichiarato che la clausola di disparagement era incostituzionale perché violava la garanzia conferita dal celebre primo emendamento relativo alla libertà di parola.

L'USPTO ha appellato tale decisione alla Corte Suprema, che ha però sostanzialmente confermato la sentenza del tribunale inferiore.

Questa decisione avrà probabilmente un impatto sul noto caso "Redskins" (Blackhorse v. Pro Football, Inc.), marchio annullato dall'USPTO perchè in violazione della clausola di disparagement (il caso è tuttora in corso).

Occorre però chiarire come non sia esatto, come alcuni media hanno sostenuto, che la decisione della Corte Suprema abbia aperto la porta a tutti i marchi "offensivi".

Tecnicamente, la decisione Slants ha invalidato solo la clausola di disparagement della Sezione 2 (a), mentre non ha invalidato altre parti della Sezione.

Tuttora, la Legge Marchi americana impedisce la registrazione di marchi considerati "immorali" o "scandalosi", anche se questa disposizione potrebbe avere i giorni (forse i mesi e gli anni) contati: l'USPTO, infatti, successivamente alla decisione sul caso Slants, ha sospeso la decisione su varie domande di marchio che hanno coinvolto marchi offensivi di qualsiasi tipo, inclusi quelli ritenuti immorali o scandalosi.

Occorrerà seguire l'evolversi della situazione.

Probabilmente sarà inevitabile che ci sia un certo aumento del numero di domande per marchi offensivi, immorali o scandalosi in seguito alla decisione Slants.

E' però improbabile che la decisione Slants davvero "apra le porte" a marchi in generale offensivi: se una delle funzioni del marchio è quella di attirare i consumatori e indurli ad acquistare prodotti, quante imprese pensano di poter raggiungere questi obiettivi adottando marchi che insultano o alienano grandi segmenti del loro potenziale mercato?

Alcuni rivenditori si rifiutano di acquistare prodotti con nomi del genere e alcune organizzazioni professionali hanno adottato linee guida che li scoraggiano.

D'altra parte, le imprese che vogliono utilizzare tali marchi, non sono impedite a farlo, indipendentemente che tali marchi ottengano la registrazione o meno e l'USPTO è stato incoerente nell'applicazione della Sezione 2 (a), così che esistono decine di marchi registrati che potrebbero essere qualificati come "offensivi" in un modo o nell'altro.

La Corte Suprema, nella sua decisione ha rilevato che argomenti che colpiscono soggetti sulla base della razza, dell'etnia, del genere, della religione, dell'età, della disabilità, sono odiosi.

Ma un punto di orgoglio per il popolo americano è rappresentato dal fatto che la locale giurisdizione protegga la libertà di espressione e di esprimere anche "il pensiero che odiamo" (“the thought that we hate”).

A giudizio della Corte, questo è il prezzo da pagare per la libertà di parola, in materia di marchi non meno che in qualsiasi altro ambito.

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